Roma, 10.06.03

Caro Jackal Keno,

mi chiamo Paolo, ho letto il tuo articolo È tempo di scegliere e sento il bisogno di risponderti.
Anche io sono uno di quegli adulti di cui tu parli con tanta rabbia e vorrei provare a dialogare con le tue provocazioni. Ovviamente rispondendo solo per me stesso e non per “gli adulti”, entità senza volto: come non credo al “sindacato degli adolescenti” così non credo al “sindacato degli adulti”, perché sono convinto che ciascuno è sempre chiamato individualmente ad assumersi le proprie responsabilità, a 16 anni come a 42…

Innanzi tutto, non so se “gli adulti” hanno perso tutti i loro sogni, come tu dici; posso però assicurarti che io, adulto di nome Paolo, non solo non li ho persi ma continuo a coltivarli con passione. Tuttavia, caro Jackal Keno, il problema non è tanto avere e coltivare sogni quanto riuscire a scoprire quei sentieri avventurosi e appassionanti lungo i quali è possibile che un sogno contamini la realtà. Perché, vedi, vivere di sogni vuol dire spesso fuga dalla realtà, rifugio in un mondo fantasticato a nostra immagine e somiglianza; e vivere la realtà senza sognare vuol dire morire, morire dentro. Diceva Fabrizio De André, un cantautore morto di recente che forse tu conosci e che ha accompagnato la mia adolescenza e continua ad accompagnare la mia adultità (parola strana, che però sarà bene tu cominci ad esplorare, perché ti accoglierà negli anni che ti attendono…), diceva De André che un uomo che non sogna è come un cinghiale laureato in matematica pura. Ed aveva davvero ragione. Ma quando lungo i sentieri della vita si lascia contaminare la realtà dai nostri sogni, ciò che ne viene fuori è sempre un po’ meno del sogno tanto amato ma tanto di più della realtà cui ci sembrava di essere destinati. Qualcosa di nuovo è nato, nuovo sia rispetto al sogno sia rispetto alla realtà. Sai cosa vuol dire la parola desiderio? Viene dal latino de-sidera: lontananza da una stella. Il desiderio non è la stella (il sogno…), ma la distanza che ci separa da quella stella. De-siderare (sognare…) vuol dire avere una stella (e quanto è triste la vita di chi non ha una stella, un sogno…!), riconoscere la distanza che ci separa da quella stella, fare di tutto per diminuire quella distanza, ma non raggiungere mai quella stella. Perché se sulla stella ci arrivo (se il sogno si realizza tutto…) non c’è più distanza da quella stella: non c’è più de-siderio, sogno, e la morte comincia ad entrare nell’anima. Quindi, caro Jackal Keno, sì hai ragione, è importante sognare, desiderare, ma ancora più importante è scoprire i sentieri lungo i quali far contaminare la realtà dal sogno, sapendo che il sogno non si realizzerà mai. Per fortuna, perché la non realizzazione del sogno è l’unica possibilità di continuare a sognare. Con altre parole, caro Jackal Keno, il sogno serve per salpare per un lungo e appassionante viaggio che ci (ti) porterà in terre bellissime e sconosciute; ma più che la meta (il sogno…) ciò che importa è il viaggio. E la grande conquista di un uomo saggio non è saper sognare (saper salpare…), ma saper viaggiare. Perché non è sognare che ci rende liberi (anche gli schiavi sognano di essere liberi, mentre continuano a non esserlo…), come tu dici, ma il coraggio e la passione del viaggio. E tu, caro Jackal Keno, sai sicuramente sognare, ma ti senti pronto per il viaggio? Sai viaggiare? O hai l’ansia di arrivare il prima possibile alla meta (al sogno realizzato…)? E se scoprissimo che si può viaggiare insieme? Sai, io è un po’ che viaggio (o almeno ci provo…) e forse qualche “dritta” potrei dartela. Se ti interessa.
Sono d’accordo con te quando scrivi che è segno di debolezza pensare che porre fine sia la cosa migliore, ed hai ragione quando dici che il mondo ha bisogno di voi, e sai perché? Perché ognuno di noi è apparso alla vita per nascere e non per morire. Tu, io, i tuoi amici, siamo apparsi alla vita per nascere, o meglio per ri-nascere, come scrive un grande poeta che si chiama Pablo Neruda. È stolto pensare che si è nati una volta, quel lontano giorno che per la prima volta abbiamo pianto tra le braccia materne; in realtà siamo nati per ri-nascere ogni giorno della nostra vita, e nascere altro non vuol dire che dare inizio. Ognuno di noi, te, io, nasciamo, ri-nasciamo, se siamo capaci di dare inizio e non di porre fine, come giustamente tu dici. Dare inizio a qualcosa di mai accaduto. Ed in questo voglio dirti che noi adulti abbiamo un enorme bisogno di voi, adolescenti e giovani, perché guardando la giovinezza e la forza del vostro volto capiamo che i nostri errori saranno accolti e redenti nel mai accaduto cui voi darete inizio. E la stessa cosa accadrà a te, a voi, quando non più adolescenti (perché l’adolescenza se ne va così come è venuta, caro Jackal Keno, nonostante quello che qualche stolto adulto ogni tanto vuole far credere, se ne va e lascia spazio all’età adulta…), quando non più adolescente, dicevo, ti volterai e vedrai altri giovani dare inizio a qualcosa di mai accaduto, e in quel mai accaduto anche i tuoi errori troveranno senso, significato, speranza.

Sono d’accordo con te anche quando dici che “le persone più sensibili dopo aver accumulato tutto il loro dolore, sono destinate quando troveranno fiducia in se stesse, a cambiare il mondo”. Sono d’accordo. Tu lo cambierai, io lo cambierò, perché tu, io, ognuno, ha innanzi tutto un diritto: il diritto ad essere felici. Ma permettimi alcune domande che possono sembrarti provocatorie, ma che non lo sono. Sono solo domande che vorrei condividere con te, perché non ho risposte certe da offrirti. Ho solo frammenti di riflessione, tracce di sentiero, possibili orizzonti da esplorare. Ma, se vuoi, sono domande che potremmo abitare insieme (perché le domande non sono fatte per ricercare risposte, ma per essere abitate con passione e meraviglia…), e allora ti offrirò con gioia i frammenti di riflessione che ho visto germogliare, le tracce di sentiero che mi è parso di aver scorto, gli orizzonti possibili che già appaiono al di là delle colline mentre ancora danziamo in questa terra di mezzo che siamo stati chiamati ad abitare. Ad abitare insieme.

Le domande, dunque. Ma dopo aver conquistato la tua libertà, che ci farai? Che farai della tua libertà? E se scoprissi che in fondo la libertà non è la meta finale, ma solo la penultima stazione dalla quale decidere di rinunciare alla propria libertà per legarsi ad altri e scoprire che la propria vita dipende da altri (dalla propria donna, dal proprio figlio, da un amico carissimo, dai propri genitori…)? E dopo aver combattuto per essere felice, avrai capito cosa vuol dire essere felici? E se prima di combattere provassimo a capirlo assieme? E se capire, domandare, meravigliarsi fosse già combattere?
Chiudi la tua lettera con quel terribile “fanculo, ormai sono partito, stronzi!”. Ma se parti da solo, a che serve partire? E perché non vedi che io sono partito prima di te, assieme ad altri? E perché non ri-partire insieme? Sarai capace di sperare in me, adulto di nome Paolo, così come io spero in te adolescente di nome… ? (ah già, qual è il tuo nome? Perché non ti riveli? Perché non mi dai la possibilità di nominare il tuo nome e nominandolo di stringere con te un legame?).
Un grande filosofo del nostro tempo, che si chiama Gabriel Marcel, scrive che la speranza si può dire solo pronunciando queste parole: spero in te per noi. Sapremo, io e te, dirci reciprocamente spero in te per noi? Sapremo, vivendo età diverse, scorgere orizzonti da abitare insieme? Sapremo permettere che tra me (adulto) e te (adolescente) la vita danzi? Lo spero. Per me innanzi tutto, per te. Per noi.
Ti abbraccio con tenerezza, sperando di poter presto pronunciare il tuo bellissimo nome.


Paolo Raciti

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