Roma, 30 giugno 2003

Carissimo Keno (e sono certo mi perdonerai se mentre scrivo con affetto Keno, pieno di tenerezza penso Emanuele),
le cose che tu mi scrivi sono davvero belle e sono stato davvero contento nel leggere la tua risposta.
Innanzi tutto voglio dirti che sono felice perché noi due siamo testimoni di un evento straordinario, semplicissimo e difficilissimo al tempo stesso: tra me e te è sorta la parola (non le parole che si ripetono una dopo l’altra senza dire nulla…) e grazie a lei, alla sua danza, io e te abbiamo potuto ri-conoscerci (perché anche se non conosciamo che aspetto hanno le nostre facce abbiamo intuito il sorriso dei nostri volti…), abbiamo potuto narrare un po’ di noi stessi e della nostra bella storia, abbiamo potuto gettare un ponte tra le nostre anime e abitare per un po’ uno presso l’altro. Infine, io e te abbiamo potuto rischiare l’avventura di un legame. Perché, caro Keno, sia io che te abbiamo corso un bel rischio: tu hai corso il rischio di essere accolto dallo stolto e arido silenzio degli adulti che pensano di essere ancora adolescenti, io ho corso il rischio di… essere mandato a quel paese dalla tua rabbia, tu di nuovo hai corso il rischio di fidarti di me scegliendo di continuare a rivelarti. Però vivere, Keno, vuol dire proprio questo: saper correre il rischio appassionante e avventuroso di legarsi ad altri. Per questo sono felice, per me e per te.
Detto questo, desidero continuare a dialogare con te. Tu dici che la voglia di riscatto che hai dentro ti porta spesso a compiere viaggi da solo. Ti capisco, capita a volte anche a me di sentirmi un marziano in un mondo che funziona tutto al contrario, ed in questi casi la rabbia che scoppia dentro è davvero grande. Ti capisco Keno. Ma ricordo con passione quello che insegnava molti anni fa una bellissima persona, maestro capace di appassionarsi davvero per il futuro dei ragazzi che aveva con sé. Si chiamava Lorenzo Milani (se ti interessa saperne di più fammelo sapere, ti darò un po’ di materiale davvero interessante tra cui una stupenda e ancora attualissima Lettera ad una professoressa…) e spiegava ai suoi ragazzi (figli di contadini di montagna, vita dura e povera…) che “dai problemi bisogna sortirne insieme”, e continuava spiegando che “sortirne insieme è politica” rivelando loro il grande significato di una parola (politica) che ormai è stata così sporcata e degradata come strumento di difesa di interessi privati. Insomma, Keno, la voglia di riscatto è sacrosanta, è una grande risorsa; ma voglia di riscatto vuol dire, in fondo, volere sortirne e dobbiamo riscoprire questa grande verità: dai problemi bisogna sortirne insieme; la propria voglia di riscatto ha bisogno di essere impastata con la voglia di riscatto che anche altri vivono; impariamo a fare della voglia di riscatto un atto politico, capace di essere impastata con la voglia di riscatto di altri, di altri come te e come me; impariamo a sortirne insieme. Per quanto mi riguarda, io ci sto.

Voglio tornare a dirti alcune cose sulla questione dei sogni. Tu torni a sottolineare che il nostro lavoro deve essere trasformare i sogni in realtà, ma questa cosa non mi convince affatto Keno. Prova a pensarti in una bella notte d’estate, magari in montagna. Ti sdrai su un prato, alzi gli occhi al cielo e scopri sopra di te un cielo bellissimo illuminato da milioni di stelle luminosissime. Ora prova a pensarti nella stessa situazione, alzi gli occhi al cielo e… lo trovi buio senza neppure una stella! Capisci che voglio dire? Insomma, se realizziamo tutti i nostri sogni da cosa sarà illuminato il nostro cielo nelle notti d’estate? Credimi, Keno, la saggezza non sta nel volere ostinatamente realizzare tutti i nostri sogni, ma nel custodirli nel cuore, nell’averne cura e nel viaggiare con passione ogni giorno della vita verso di loro. Perché come le stelle sono misteriose ai nostri occhi, così lo sono i sogni che rendono prezioso il nostro cuore e che guidano il nostro viaggiare: è misteriosa la loro origine, è misteriosa la loro bellezza, è misteriosa la luce che da loro proviene; e come tutti i misteri anche il loro va custodito, non svelato.
Ascolta questo brevissimo racconto scritto da uno scrittore uruguayano che si chiama Eduardo Galeano:

Il figlio di Pilar e Daniel Weinberg fu battezzato sul lungomare;
durante il battesimo gli mostrarono ciò che è sacro.
Ricevette in dono una lumaca:
“Perché così impari ad amare l’acqua.”
Aprirono la gabbia di un uccello prigioniero:
“Perché così impari ad amare l’aria.”
Gli diedero un fiore di geranio:
“Perché così impari ad amare la terra.”
E gli diedero anche una bottiglietta chiusa:
“Non aprirla mai, mai. Perché così impari ad amare il mistero.”

Capisci Keno? I tuoi sogni sono impastati di mistero. Custodiscili come cosa preziosissima. Fatti guidare da loro. Ma non ti chiudere nell’ostinazione di volerli trasformare in realtà, perché loro sono già realtà nella misura in cui orientano, illuminano, consolano il tuo viaggiare appassionato. E se viaggiamo insieme potremo scoprire il piacere, il divertimento, la passione di mischiare i nostri sogni. Sei d’accordo Keno? In fondo mi sembra sia quello che pensi anche tu quando scrivi di non esserti mai rinchiuso nel tuo sogno per nasconderti dalla realtà, ma hai sempre “cercato di scontrarlo con la realtà per avere più forza”. Ho capito bene quello che vuoi dire?
Sai, Keno, io non credo che tu debba staccarti dalla tua rabbia e dal tuo odio. Piuttosto penso che tu debba scoprire come canalizzare la tua rabbia in funzione del tuo viaggiare, e come trasformare l’odio in dignità e consapevolezza del tuo valore. Perché la rabbia è energia, energia pura che pulsa dentro e che chiede di uscire. Hai presente le dighe? L’acqua preme contro di loro con una “rabbia” fortissima; quella rabbia non è buttata via ma canalizzata, usata e trasformata in energia elettrica. Così è anche per gli esseri umani: la loro rabbia è un’energia incredibile, alimentata spesso dall’ingiustizia subita, che se canalizzata e usata diventa una forza motrice inarrestabile. Proprio quella che serve per sortirne insieme. Non distaccarti dalla tua rabbia, Keno, cerca invece di trasformarla in energia positiva capace di sostenere il tuo cammino, capace di portarti oltre.

Per quanto riguarda l’odio. L’odio è un sentimento negativo, un sentimento di morte, e noi amiamo la vita, non è vero Keno? E allora non possiamo tenere dentro di noi un sentimento di morte. È naturale che questo sentimento di morte a volte compaia nel nostro cuore, ma dobbiamo imparare a non fargli mettere radici. In realtà, quando un uomo odia vuole solo segnare una differenza radicale con l’altro, vuole dire “tu mi hai fatto del male, ma nonostante te io vivo”. Ed allora l’odio può essere trasformato in dignità e consapevolezza di ciò che si è, del proprio valore. L’odio può diventare un sentimento forte che potremmo descrivere con la frase “nonostante te io vivo, nonostante te io parlo, nonostante te io cambio il mondo, nonostante la tua violenza la mia dignità fiorisce”. Allora l’odio diventa altro, diventa sentimento positivo, sentimento di vita, diventa stima di sé, diventa aspirazione ad una vita buona. Ti auguro, caro amico, di trasformare davvero il tuo odio in fortissima stima di te stesso, di riempire il tuo cuore di sentimenti di vita e di ribellarti al tentativo dei sentimenti di morte di trasformare il cuore in un deserto.

Tu dici una grande verità quando scrivi che non sei nato solo in questo mondo. È vero, non siamo nati da soli, ma questa verità ha un seguito: non solo non siamo nati soli, ma qualcuno ha parlato prima che noi apparissimo e qualcun altro parlerà dopo di noi. Capisci che vuol dire? Vuol dire che la nostra storia è parte di una storia più grande, il nostro narrare si inserisce là dove si è interrotta la narrazione di chi prima di noi ha voluto raccontare la vita e si interromperà proprio mentre altri cominceranno a narrare. Anche le tue canzoni, Keno, i tuoi testi rap hanno qualcuno che ha parlato prima di loro e qualcun altro che continuerà dopo di te. Allora, caro Keno, ricordati che le tue parole per essere davvero vive non debbono mai essere delle pietre solitarie ma debbono essere capaci di legarsi a chi prima di te ha parlato e a chi parlerà dopo di te. Debbono essere sempre capaci di legarsi con le parole di chi, adulto come me o anziano, già da molto tempo parla e con quelle di chi, come i tuoi figli, ancora non è apparso alla vita.
Senti, Keno, voglio dirti una cosa a proposito del tuo sogno, del rap, della tua voglia di essere ascoltato, della tua voglia di cantare ciò che hai da dire, ciò che hai dentro, dinanzi alla gente. Voglio lanciarti una proposta: perché non organizziamo un evento rap nel quale te ed altri tuoi compagni possano “cantare” ciò che hanno da dire “alla gente”, come dici te? Ti spiego meglio a cosa sto pensando. Se tu ti metti d’accordo con altri ragazzi che come te hanno rabbia, voglia di comunicare, passione, sogni e cose da dire, si potrebbe provare ad organizzare, nello stesso quartiere dove si è realizzato quel convegno di qualche settimana fa sull’adolescenza, un evento rap che abbia questo senso e questo obiettivo: far comunicare due generazioni (la tua e la mia…) su un tema, su un problema, su una questione, utilizzando come strumento di comunicazione il rap. Si potrebbe scegliere un tema e chiedere a tutti i rapper di creare su quel tema. Dovrebbe essere un tema importante, importante per la nostra vita quotidiana, per le nostre emotività, per il nostro stare bene. E su quel tema si potrebbe chiedere agli adulti in genere e agli adulti che hanno responsabilità, che debbono prendere le decisioni che hanno a che fare con la nostra vita, di venire ad ascoltare ciò che voi avete da dire e poi provare a rispondere. Insomma rischiare attraverso il rap la comunicazione. Un po’ come è successo tra me e te ma più in grande. E se ci stai (se ci state…) si potrebbe pensare ad una serie di incontri di preparazione con i responsabili del Municipio, ad esempio: tu (voi…) organizzate una delegazione, provate a pensare ad un tema, e poi si chiede un primo incontro con gli adulti responsabili per programmare, progettare e decidere insieme. Che ne pensi? Insomma voglio prenderti sul serio: tu hai delle cose da dire e io voglio ascoltarle perché per me sono importanti. Ma so che altri ragazzi come te hanno cose da dire e altri adulti come me vogliono ascoltarle. Tiriamoci su le maniche e costruiamo insieme lo spazio che ci permetta di ascoltarci reciprocamente, ciascuno con il suo linguaggio: tu (voi…) con il rap, io (noi…) con le parole adulte che sapremo far nascere dal cuore della nostra responsabilità. Che ne dici? Ti va? Ci stai? Viaggiamo insieme? Proviamo a sortirne insieme?
Prima di chiudere questa mia lettera desidero scriverti ancora due cose circa il tuo nome. Ho capito che non ti piace, ma ci tengo a ricordarti che hai un nome bellissimo e ricco di significato. Emanuele è un nome di origine ebraica e vuol dire “Dio con noi”. Non so se tu credi in Dio (io sì…), ma indipendentemente da questo il tuo nome significa sostanzialmente compagnia, vicinanza, protezione, amore per l’altro, tenerezza… Capisci che bel nome che hai? Quando qualcuno nomina il tuo nome nomina tutto ciò, e il cuore esulta. E comunque hai scelto di chiamarti Keno, e Keno ti chiamerò… ma sottovoce pronuncerò Emanuele…(anche perché tu non sei uno zero, ma una persona piena di vita e di cose da dire). Comunque sia, l’importante è che tu ti ricordi sempre che il nome (quale che sia…) serve ad una cosa sola: ad essere nominato da altri, chiamato da altri perché possano chiederti: “sii mio amico!”, “amami!”, “abbi cura di me!”. A questo serve il nome che ciascuno di noi ha. Caro Keno, mostra sempre il tuo nome perché altri possa chiamarti e chiederti di essergli amico, e non usare mai il tuo nome per rivendicare una zeritudine che non esiste. Perché tu non sei zero: che ti piaccia o no, tu sei Emanuele, ed hai tra le mani una storia bellissima (la tua…) tutta da scrivere.
Ti abbraccio con tenerezza, Keno.

Paolo