Carissimo
Keno (e sono certo mi perdonerai se mentre scrivo con affetto Keno,
pieno di tenerezza penso Emanuele),
le cose che tu mi scrivi sono davvero belle e sono stato davvero contento
nel leggere la tua risposta.
Innanzi tutto voglio dirti che sono felice perché noi due siamo
testimoni di un evento straordinario, semplicissimo e difficilissimo
al tempo stesso: tra me e te è sorta la parola (non le parole
che si ripetono una dopo l’altra senza dire nulla…) e grazie
a lei, alla sua danza, io e te abbiamo potuto ri-conoscerci (perché
anche se non conosciamo che aspetto hanno le nostre facce abbiamo intuito
il sorriso dei nostri volti…), abbiamo potuto narrare un po’
di noi stessi e della nostra bella storia, abbiamo potuto gettare un
ponte tra le nostre anime e abitare per un po’ uno presso l’altro.
Infine, io e te abbiamo potuto rischiare l’avventura di un legame.
Perché, caro Keno, sia io che te abbiamo corso un bel rischio:
tu hai corso il rischio di essere accolto dallo stolto e arido silenzio
degli adulti che pensano di essere ancora adolescenti, io ho corso il
rischio di… essere mandato a quel paese dalla tua rabbia, tu di
nuovo hai corso il rischio di fidarti di me scegliendo di continuare
a rivelarti. Però vivere, Keno, vuol dire proprio questo: saper
correre il rischio appassionante e avventuroso di legarsi ad altri.
Per questo sono felice, per me e per te.
Detto questo, desidero continuare a dialogare con te. Tu dici che la
voglia di riscatto che hai dentro ti porta spesso a compiere viaggi
da solo. Ti capisco, capita a volte anche a me di sentirmi un marziano
in un mondo che funziona tutto al contrario, ed in questi casi la rabbia
che scoppia dentro è davvero grande. Ti capisco Keno. Ma ricordo
con passione quello che insegnava molti anni fa una bellissima persona,
maestro capace di appassionarsi davvero per il futuro dei ragazzi che
aveva con sé. Si chiamava Lorenzo Milani (se ti interessa saperne
di più fammelo sapere, ti darò un po’ di materiale
davvero interessante tra cui una stupenda e ancora attualissima Lettera
ad una professoressa…) e spiegava ai suoi ragazzi (figli di contadini
di montagna, vita dura e povera…) che “dai problemi bisogna
sortirne insieme”, e continuava spiegando che “sortirne
insieme è politica” rivelando loro il grande significato
di una parola (politica) che ormai è stata così sporcata
e degradata come strumento di difesa di interessi privati. Insomma,
Keno, la voglia di riscatto è sacrosanta, è una grande
risorsa; ma voglia di riscatto vuol dire, in fondo, volere sortirne
e dobbiamo riscoprire questa grande verità: dai problemi bisogna
sortirne insieme; la propria voglia di riscatto ha bisogno di essere
impastata con la voglia di riscatto che anche altri vivono; impariamo
a fare della voglia di riscatto un atto politico, capace di essere impastata
con la voglia di riscatto di altri, di altri come te e come me; impariamo
a sortirne insieme. Per quanto mi riguarda, io ci sto.
Voglio
tornare a dirti alcune cose sulla questione dei sogni. Tu torni a sottolineare
che il nostro lavoro deve essere trasformare i sogni in realtà,
ma questa cosa non mi convince affatto Keno. Prova a pensarti in una
bella notte d’estate, magari in montagna. Ti sdrai su un prato,
alzi gli occhi al cielo e scopri sopra di te un cielo bellissimo illuminato
da milioni di stelle luminosissime. Ora prova a pensarti nella stessa
situazione, alzi gli occhi al cielo e… lo trovi buio senza neppure
una stella! Capisci che voglio dire? Insomma, se realizziamo tutti i
nostri sogni da cosa sarà illuminato il nostro cielo nelle notti
d’estate? Credimi, Keno, la saggezza non sta nel volere ostinatamente
realizzare tutti i nostri sogni, ma nel custodirli nel cuore, nell’averne
cura e nel viaggiare con passione ogni giorno della vita verso di loro.
Perché come le stelle sono misteriose ai nostri occhi, così
lo sono i sogni che rendono prezioso il nostro cuore e che guidano il
nostro viaggiare: è misteriosa la loro origine, è misteriosa
la loro bellezza, è misteriosa la luce che da loro proviene;
e come tutti i misteri anche il loro va custodito, non svelato.
Ascolta questo brevissimo racconto scritto da uno scrittore uruguayano
che si chiama Eduardo Galeano:
Il
figlio di Pilar e Daniel Weinberg fu battezzato sul lungomare;
durante il battesimo gli mostrarono ciò che è sacro.
Ricevette in dono una lumaca:
“Perché così impari ad amare l’acqua.”
Aprirono la gabbia di un uccello prigioniero:
“Perché così impari ad amare l’aria.”
Gli diedero un fiore di geranio:
“Perché così impari ad amare la terra.”
E gli diedero anche una bottiglietta chiusa:
“Non aprirla mai, mai. Perché così impari ad amare
il mistero.”
Capisci
Keno? I tuoi sogni sono impastati di mistero. Custodiscili come cosa
preziosissima. Fatti guidare da loro. Ma non ti chiudere nell’ostinazione
di volerli trasformare in realtà, perché loro sono già
realtà nella misura in cui orientano, illuminano, consolano il
tuo viaggiare appassionato. E se viaggiamo insieme potremo scoprire
il piacere, il divertimento, la passione di mischiare i nostri sogni.
Sei d’accordo Keno? In fondo mi sembra sia quello che pensi anche
tu quando scrivi di non esserti mai rinchiuso nel tuo sogno per nasconderti
dalla realtà, ma hai sempre “cercato di scontrarlo con
la realtà per avere più forza”. Ho capito bene quello
che vuoi dire?
Sai, Keno, io non credo che tu debba staccarti dalla tua rabbia e dal
tuo odio. Piuttosto penso che tu debba scoprire come canalizzare la
tua rabbia in funzione del tuo viaggiare, e come trasformare l’odio
in dignità e consapevolezza del tuo valore. Perché la
rabbia è energia, energia pura che pulsa dentro e che chiede
di uscire. Hai presente le dighe? L’acqua preme contro di loro
con una “rabbia” fortissima; quella rabbia non è
buttata via ma canalizzata, usata e trasformata in energia elettrica.
Così è anche per gli esseri umani: la loro rabbia è
un’energia incredibile, alimentata spesso dall’ingiustizia
subita, che se canalizzata e usata diventa una forza motrice inarrestabile.
Proprio quella che serve per sortirne insieme. Non distaccarti dalla
tua rabbia, Keno, cerca invece di trasformarla in energia positiva capace
di sostenere il tuo cammino, capace di portarti oltre.
Per
quanto riguarda l’odio. L’odio è un sentimento negativo,
un sentimento di morte, e noi amiamo la vita, non è vero Keno?
E allora non possiamo tenere dentro di noi un sentimento di morte. È
naturale che questo sentimento di morte a volte compaia nel nostro cuore,
ma dobbiamo imparare a non fargli mettere radici. In realtà,
quando un uomo odia vuole solo segnare una differenza radicale con l’altro,
vuole dire “tu mi hai fatto del male, ma nonostante te io vivo”.
Ed allora l’odio può essere trasformato in dignità
e consapevolezza di ciò che si è, del proprio valore.
L’odio può diventare un sentimento forte che potremmo descrivere
con la frase “nonostante te io vivo, nonostante te io parlo, nonostante
te io cambio il mondo, nonostante la tua violenza la mia dignità
fiorisce”. Allora l’odio diventa altro, diventa sentimento
positivo, sentimento di vita, diventa stima di sé, diventa aspirazione
ad una vita buona. Ti auguro, caro amico, di trasformare davvero il
tuo odio in fortissima stima di te stesso, di riempire il tuo cuore
di sentimenti di vita e di ribellarti al tentativo dei sentimenti di
morte di trasformare il cuore in un deserto.
Tu
dici una grande verità quando scrivi che non sei nato solo in
questo mondo. È vero, non siamo nati da soli, ma questa verità
ha un seguito: non solo non siamo nati soli, ma qualcuno ha parlato
prima che noi apparissimo e qualcun altro parlerà dopo di noi.
Capisci che vuol dire? Vuol dire che la nostra storia è parte
di una storia più grande, il nostro narrare si inserisce là
dove si è interrotta la narrazione di chi prima di noi ha voluto
raccontare la vita e si interromperà proprio mentre altri cominceranno
a narrare. Anche le tue canzoni, Keno, i tuoi testi rap hanno qualcuno
che ha parlato prima di loro e qualcun altro che continuerà dopo
di te. Allora, caro Keno, ricordati che le tue parole per essere davvero
vive non debbono mai essere delle pietre solitarie ma debbono essere
capaci di legarsi a chi prima di te ha parlato e a chi parlerà
dopo di te. Debbono essere sempre capaci di legarsi con le parole di
chi, adulto come me o anziano, già da molto tempo parla e con
quelle di chi, come i tuoi figli, ancora non è apparso alla vita.
Senti, Keno, voglio dirti una cosa a proposito del tuo sogno, del rap,
della tua voglia di essere ascoltato, della tua voglia di cantare ciò
che hai da dire, ciò che hai dentro, dinanzi alla gente. Voglio
lanciarti una proposta: perché non organizziamo un evento rap
nel quale te ed altri tuoi compagni possano “cantare” ciò
che hanno da dire “alla gente”, come dici te? Ti spiego
meglio a cosa sto pensando. Se tu ti metti d’accordo con altri
ragazzi che come te hanno rabbia, voglia di comunicare, passione, sogni
e cose da dire, si potrebbe provare ad organizzare, nello stesso quartiere
dove si è realizzato quel convegno di qualche settimana fa sull’adolescenza,
un evento rap che abbia questo senso e questo obiettivo: far comunicare
due generazioni (la tua e la mia…) su un tema, su un problema,
su una questione, utilizzando come strumento di comunicazione il rap.
Si potrebbe scegliere un tema e chiedere a tutti i rapper di creare
su quel tema. Dovrebbe essere un tema importante, importante per la
nostra vita quotidiana, per le nostre emotività, per il nostro
stare bene. E su quel tema si potrebbe chiedere agli adulti in genere
e agli adulti che hanno responsabilità, che debbono prendere
le decisioni che hanno a che fare con la nostra vita, di venire ad ascoltare
ciò che voi avete da dire e poi provare a rispondere. Insomma
rischiare attraverso il rap la comunicazione. Un po’ come è
successo tra me e te ma più in grande. E se ci stai (se ci state…)
si potrebbe pensare ad una serie di incontri di preparazione con i responsabili
del Municipio, ad esempio: tu (voi…) organizzate una delegazione,
provate a pensare ad un tema, e poi si chiede un primo incontro con
gli adulti responsabili per programmare, progettare e decidere insieme.
Che ne pensi? Insomma voglio prenderti sul serio: tu hai delle cose
da dire e io voglio ascoltarle perché per me sono importanti.
Ma so che altri ragazzi come te hanno cose da dire e altri adulti come
me vogliono ascoltarle. Tiriamoci su le maniche e costruiamo insieme
lo spazio che ci permetta di ascoltarci reciprocamente, ciascuno con
il suo linguaggio: tu (voi…) con il rap, io (noi…) con le
parole adulte che sapremo far nascere dal cuore della nostra responsabilità.
Che ne dici? Ti va? Ci stai? Viaggiamo insieme? Proviamo a sortirne
insieme?
Prima di chiudere questa mia lettera desidero scriverti ancora due cose
circa il tuo nome. Ho capito che non ti piace, ma ci tengo a ricordarti
che hai un nome bellissimo e ricco di significato. Emanuele è
un nome di origine ebraica e vuol dire “Dio con noi”. Non
so se tu credi in Dio (io sì…), ma indipendentemente da
questo il tuo nome significa sostanzialmente compagnia, vicinanza, protezione,
amore per l’altro, tenerezza… Capisci che bel nome che hai?
Quando qualcuno nomina il tuo nome nomina tutto ciò, e il cuore
esulta. E comunque hai scelto di chiamarti Keno, e Keno ti chiamerò…
ma sottovoce pronuncerò Emanuele…(anche perché tu
non sei uno zero, ma una persona piena di vita e di cose da dire). Comunque
sia, l’importante è che tu ti ricordi sempre che il nome
(quale che sia…) serve ad una cosa sola: ad essere nominato da
altri, chiamato da altri perché possano chiederti: “sii
mio amico!”, “amami!”, “abbi cura di me!”.
A questo serve il nome che ciascuno di noi ha. Caro Keno, mostra sempre
il tuo nome perché altri possa chiamarti e chiederti di essergli
amico, e non usare mai il tuo nome per rivendicare una zeritudine che
non esiste. Perché tu non sei zero: che ti piaccia o no, tu sei
Emanuele, ed hai tra le mani una storia bellissima (la tua…) tutta
da scrivere.
Ti abbraccio con tenerezza, Keno.
Paolo
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